Quando un paio di giorni fa ho letto la notizia ho strabuzzato gli occhi. E non avrei dovuto: alla fine siamo in Italia e dovrei essere preparato a tutto.
Alcuni legali rappresentanti di Google Italia sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di concorso in diffamazione aggravata, nell’ambito della vicenda del video del ragazzo disabile di Torino.
Credo sia chiaro a chiunque conosca Google video o servizi simili che un controllo preventivo dei contenuti è impossibile, per cui ci si dovrebbe chiedere se l’azione della magistratura è semplicemente un atto dovuto, oppure frutto di ignoranza in materia, o ancora necessità mediatica di un capro espiatorio, perché dare colpa dei mali della società a Internet o ai videogiochi è comunque molto comodo.
Tanto è vero che esponenti del Governo di sinistra invocano norme più severe che regolamentino l’accesso alla Rete e l’uso dei videogiochi. Beh, in Cina funziona discretamente, perché non importare la pratica?
Mi chiedo se il Governo si porrà anche il problema di mettere al bando (per esempio) le armi giocattolo, che istigano alla violenza, o l’allegro chirurgo, che presenta la chirurgia come atto voluttuario, o i Furby, pupazzi parlanti chiaramente posseduti dal Maligno, o se vorrà trovare qualche sistema per inibire l’accesso degli adolescenti ad altri pericolosi mezzi di espressione, per esempio i cellulari.
La libertà di espressione non è facile né da accettare né da gestire, ma è un bene prezioso che va protetto, anche quando qualcuno ne abusa. Questi abusi non devono essere il pretesto per una repressione generalizzata, che non dovrebbe trovare posto in un paese realmente democratico.























