Padre Carlo Ruffino è stato mio insegnante di Greco alle superiori. Era un uomo che non passava inosservato: iperattivo, metodico, maniacale ai limiti dell’autismo, animato da un amore passionale per l’universo delle materie umanistiche e per l’insegnamento. Era una delle menti più brillanti che mi sia capitato di conoscere, una di quelle persone con cui puoi fare una conversazione interessante su qualunque cosa, dall’ultimo film uscito nelle sale alle più spinose questioni filosofiche.
Padre Carlo se ne è andato quest’oggi. Credo che abbia lasciato un’impronta nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, o di essere suoi allievi: quello che io ricorderò di lui sarà la sua costante attenzione nel mettere a frutto ogni singolo momento della sua vita.
Grazie di tutto, Padre, e faccia buon viaggio.
























Oggi abbiamo accompagnato Padre Carlo al cimitero nel suo piccolo paese natale. Carlo era stato caro amico d’infanzia di mio marito, e anche dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Quando i matrimoni hanno allargato la famiglia, ha stretto amicizia con tutti noi. Lo incontravamo ogni estate, e condividevamo allegre cene, canti in coro, appassionate conversazioni. Ha unito in matrimonio i nostri figli, ha battezzato tutti i nostri nipotini e nipotine. Scherzosamente ci siamo vantati di avere “il prete di famiglia”. Nel corso di ogni festa familiare, scrupolosamente programmata per avere la sua presenza, ad un certo punto si faceva il silenzio. Padre Carlo si alzava in piedi, e declamava un poema composto sul momento, per l’occasione. Si godeva felice i meritati applausi, perché in quei versi, scritti per gioco e letizia, c’erano la sua raffinata cultura, il gusto sapiente per la metrica perfetta, la sua affettuosa sensibilità, la partecipazione sincera alla nostra gioia. Ci mancherai, Padre Carlo. La nostra prossima cerimonia avrà per tutti noi l’ombra malinconica della tua assenza. Avrà il vuoto della tua partecipe benedizione.